LA PARTITA DOPPIA

di Maurilio Riva

 

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PROLOGO

Mi chiamo Marco Mannella. Ma non di me che voglio parlarvi. Devo rispettare un doppio impegno con un amico. Ho detto "amico" ma non so se definirlo cos sia sufficiente.
Conosco questa persona da piu` di 20 anni. Un tipo inquietante come ebbi modo di descriverlo un giorno.
Inquietante ma non in termini dispregiativi. Remo era sicuramente un inquieto. Un agnello sacrificale. Apparteneva a quella razza di persone che si caricano sulle proprie spalle tutti i mali del mondo. Anche quando nessuno si mai sognato di chiederglielo.
Diavolo e santo. Nella terra di nessuno, in quella zona franca fra bene e male, nella quale tutti scorazzano, anche lui aveva pascolato. Anche lui aveva commesso la sua quota di peccati. Inquieto forse anche per questo.
Questo giudizio non pu scalfire la sua immagine di uomo pulito. Onesto. Anche troppo per questo tempo e per questo mondo. Coerente nelle sue incoerenze.
Inquietante un'altra cosa. Non riguarda lui ma te. O altri. Altri come te, come lui, fatti della stessa pasta. Con lui un rapporto non avrebbe mai potuto essere ne` facile ne` piatto. Senza problemi.
Inquietante perche` e` sempre riuscito - almeno con me - a mettermi in faccia i miei lati peggiori.
Una delle poche persone che vedevo ancora volentieri. Ecco un'altra di quelle cose che avevo a lui stesso confessato. Tanto tempo fa.
Sto cadendo di nuovo in errore. Questo accade perche` voglio onorare fino in fondo due impegni - uno viene in conseguenza dell'altro - che ho voluto assumermi con lui. Per poterlo fare - al meglio - qualcosa anche di me sono pur costretto a raccontarvi. Rassicuratevi, servira` esclusivamente come necessaria introduzione all'argomento da trattare.

Me ne parlo` la prima volta alcuni anni fa. Mi racconto` di un sogno che aveva fatto: "Ero in ospedale e dalla malattia che mi aveva portato in quel letto non ne sarei venuto fuori; tu sei venuto a trovarmi; ho fatto in modo di riuscire a parlare da solo con te e a quattrocchi ti ho chiesto di scrivere qualcosa su di me: un libro, un racconto. Qualcosa di me che restasse."
La questione sembro` risolversi in un semplice resoconto di un sogno strano. Fu messa da parte. Apparentemente.
Qualche tempo dopo il mio amico torno` alla carica. Mi chiese se volevo assumermi due incombenze nei suoi confronti. Me le espose. Poi, mi consegno` una minuscola chiave. La chiave della scrivania del suo ufficio. Mi mostro` il contenuto dei suoi cassetti. Traboccavano di carte: c'erano 8 agende - i diari di 8 anni - , un sacco di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, ammennicoli vari, cartellette ripiene di fogli manoscritti, alcuni tabulati, disegni, penne e matite, un timbro per ex-libris.
"Guarda che ho avvertito anche i miei colleghi. Se mi dovesse accadere qualcosa, la chiave ce l’hai tu, apri tu e porti via solo tu. Tutto questo deve sparire. Sono cose che non devono essere portate a casa mia. Riguardano me, la mia-mia vita, i miei-miei pensieri. Sono i miei segreti segreti. Non voglio che siano fonte di sofferenza per alcuno. Prenditene cura. Vedi se ti possono servire per scrivere quella storia."
La "storia" che mi aveva chiesto nel sogno dell'ospedale.
Al momento obiettai le solite cose. Tipo, "Parli come se dovesse succedere domani". Ma accettai senza riserve ulteriori. Non so bene nemmeno io il perche`. Forse, perche` non potevo dirgli di no. Anche in questo c'e` la spiegazione del suo essere inquietante. Farti sentire a disagio se ti tiri indietro. Ammettere che sei in torto tu, non lui.
In questo modo, inoltre, avrei potuto sentirmi utile anch'io. Di nuovo.
Confesso che e` un lavoro immane, quello che da qualche mese sto facendo. Nel tempo che riesco a rubare alle cure domestiche, ai figli, alla famiglia.
Leggere e` faticoso. Non aveva una bella calligrafia il mio amico: piccola e nervosa. Prendo appunti. Trascrivo frasi e ricopio pagine. Fra quelle che mi colpiscono di piu`. Scrivere una storia. E` una parola. Non sono mai stato una penna facile. Per pigrizia, soprattutto. Credo.
Mi ricordo che gia` un'altra volta - un casino di tempo fa (quanti anni sono passati?) - mi aveva chiesto di scrivergli qualcosa sul suo conto. Avevo iniziato. Ho scritto 3 righe, poi ho smesso. "Mi piace. Peccato tu non sia andato avanti. Me lo tengo come acconto. Piuttosto che niente, mi prendo almeno questo", mi disse. Ho ritrovato quel biglietto tra le sue carte. Rileggendolo mi sono sentito aggredire dall'emozione. Una putrella mi ha bucato lo stomaco. Una mistura diabolica di ricordi, nostalgie, dolore ha invaso e preso il controllo della mia sala-regia centrale. Emozione per il mio amico, per quei lontani anni, per me.
Mi sono tolto gli occhiali, ho chiuso gli occhi, appoggiandomi allo schienale della poltrona. Un treno di immagini mi sono passate davanti appena un po` disturbate dal velo di lacrime che si era formato nell'incavo degli occhi e che premeva e spingeva per sbordare sul viso. A occhi chiusi, ho continuato ad inseguire i ricordi. Mi sono massaggiato con due dita le palpebre e i due lati della sommita` del naso. Piano piano son riuscito a rientrare in possesso della mia normalita`.
Riscrivo il contenuto di quell'abbozzo di ritratto che, allora, avevo provato a buttar giu`. Non aspettatevi grandi cose, sono proprio due righe. Credo siano in qualche modo utili a comprendere il seguito della storia.
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Come vi avevo detto non c'e` nulla di eccezionale. Anzi. Mi accorgo che c'e` anche qualche improprieta` di linguaggio nelle pur poche parole che avevo scritto.
Se i riferimenti fossero un po' ermetici, il "morello" e` un personaggio di Manuel Scorza, scrittore peruviano che aveva avuto una certa notorieta` a meta` degli anni 70. Suoi sono alcuni fra i personaggi indimenticabili, almeno per me, della letteratura andina: "Garabombo l'invisibile" il Nittalope, "Agaplito Robles", "Remigio" il ragazzo ritardato che scrive lettere a tutti. Uno di questi e` il "morello". Fra lui e il mio amico c'erano non poche somiglianze. A ben vedere qualcosa di eccezionale c'e` nel biglietto: la sua conservazione ad esempio. Cosi` come la persona che lo ha custodito. Descrive un modo di essere. Un inesausto e sfinente modello di vita: un altalenante andirivieni fra abbattimento e resurrezione, senso della tragedia che incombe ed araba fenice che rinasce costantemente dalle proprie ceneri. Idra moderna dalle molte teste. Certamente un perdente. Mai domo pero`.
Leggendo tra le sue carte ritrovo il suo carattere, e scopro io stesso dei lati mai conosciuti prima. I lati che si possono conoscere e vedere solo guardandoli dall'interno della propria anima. Dal lato oscuro di se stessi.
Ognuno conosce i propri dolori, la propria sofferenza. Nessun altro.
Sconfitto. Ma sempre pronto a ricominciare. A riaccendersi. Per nuove cause. Per sogni rinnovati. Incapace di rassegnazione. Quasi morto. Mai morto del tutto.
Almeno fino a qualche mese fa.
Ormai ci sentivamo pochissimo. Io avevo cambiato lavoro e azienda. Mi sono deciso a scendere a compromessi con mio cognato, il "padre-padrone" che mi ha assunto nel centro commerciale di cui e` direttore. Gia` dai primi tempi nei quali, forse per una sorta di debito morale che sentivo nei suoi confronti, ero io a telefonare piu` spesso.
Mi sembrava poco disponibile e assolutamente poco loquace. Parlava a monosillabi. Il tempo assorbe anche i sensi di colpa e le telefonate si diradarono. Non so molto di lui, quindi. Non ci aiutano in questo nemmeno i diari degli ultimi due anni: molte pagine bianche, molte pagine su cui c'e` appuntata una frase, una citazione. Quasi mai un discorso completo.
Non sapevo che avesse avuto questa "storia". Non me ne aveva parlato mai. Ho conosciuto piu` o meno tutte le sue gesta precedenti. Di quest'ultima non si era mai lasciato sfuggire niente. Anche se talvolta ho pensato in questi anni che "non ce la stesse contando giusta". Le nostre reciproche confidenze risalgono ad un casino di anni fa. Poi, siamo diventati entrambi piu` cauti. Piu` timorosi a parlare dei nostri guai, delle nostre vicissitudini. Sembrava ci vergognassimo di provare dei sentimenti. Parlo di sentimenti nuovi. Alla nostra eta`.
Se e quando lo facevamo era per perifrasi, parlando d'altro. Mai in forma esplicita. Diretta. Se devo dirvela tutta non riesco affatto a spiegarmi questa "nostra" ritrosia.
Non sapevo affatto di questa sua relazione, percio`. E` stata una sorpresa trovarne le presenze corpose nei suoi cassetti. Un'altra vita parallela. Cosi` lunga, cosi` coinvolgente. Una "storia infinita". Perche` Remo non me ne ha mai parlato? Scrivere la sua storia. Come faccio ad onorare questo impegno? Mi manca la stoffa. Ma sono un esecutore testamentario onorevole. Tra le sue carte c'e` gia` quello che dovrei scrivere io. Ho pensato di pubblicarlo tale e quale: non c'e` molta differenza fra la storia del mio amico e la trasposizione letteraria che lui stesso ne aveva fatto. Non voglio dilungarmi in nuove spiegazioni. In quello che il mio amico ha lasciato e` tutto riconoscibilissimo. Nomi e qualche particolare romanzato, a parte. Ho creduto valesse la pena, di tanto in tanto, aggiungervi dei passi tratti dai suoi diari. Brani che mi sembravano particolarmente significativi. Li ho inseriti, tenendo conto delle date, nei punti che mi sembravano piu` pertinenti. Le uniche forme di liberta` che mi sono concesso e dei cui risultati non metto la mano sul fuoco. A me pare, onestamente, che cosi` funzioni.



Calvino

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